Impeto titanico

Il più autentico approfondimento dell’esigenza dell’uomo di superare continuamente se stesso, di varcare confini precedenti, di espandere i propri limiti conoscitivi e morali è riscontrabile nella vetta, secondo Hegel, della storia del pensiero filosofico. La bandiera del progresso del XIX secolo è innalzata dall’Uomo Romantico, espressione di una dimensione temeraria e spirituale che matura in una perenne tensione struggente e dolorosa che esprime totale fiducia nel cambiamento ed eleva l’individuo ad una posizione di totale emancipazione rispetto all’ordine costituito.

Nel Romanticismo assistiamo infatti ad una rielaborazione della natura dell’uomo: da una parte viene affiancata al titano Prometeo, celebre figura della mitologia classica, il quale, con un eroico gesto di sfida, sottrasse il fuoco a Zeus per donarlo agli uomini, dall’altra assume una connotazione non più materiale, come affermato dagli Illuministi del secolo precedente, bensì spirituale, insieme alla pretesa di una maggiore irrazionalità.

Il concetto di “hybris“, tanto caro agli antichi, viene in tale contesto superato: di fronte al limite invalicabile, identificato, ad esempio, da Kant, nell’immensità della Natura e da Fichte nel “non-Io” che limita l’agire umano, l’individuo prova un sentimento di “Sublime“, di fronte al quale la consapevolezza della propria imperfezione e debolezza matura in un’esigenza di superamento, nell’esasperato desiderio di raggiungere l’Infinito, l’Assoluto, Dio.

«Sublime è il senso di sgomento che l’uomo prova di fronte alla grandezza della natura […] quando ognuno di noi sente la sua piccolezza, la sua estrema fragilità, la sua finitezza, ma, al tempo stesso, [..] intuisce l’infinito e si rende conto che l’anima possiede una facoltà superiore alla misura dei sensi» [1]

La “Sehnsucht“, questa «malattia del doloroso bramare», sfocia in un’aperta ribellione che spinge l’Uomo sempre più avanti, rompendo continuamente i propri legami col presente, sfondando il Velo di Maya che offusca la Volontà umana e indirizzandolo «verso un perfezionamento infinito»:

«Sono eterno, e sfido la vostra potenza! Piombate voi tutte, o potenze della natura, sopra di me; […] schiumeggiate ed infuriate e triturate con selvaggia ostilità fin la più piccola particella di quel corpo che io chiamo mio: la mia volontà sola, col suo piano immutabile, si librerà con fredda tenacia sulle macerie dell’universo.» [2]

«Nel volere, nel desiderare, nel rappresentare luomo è illimitato, libero, onnipotente – è Dio; ma nel potere, nellottenere, nella realtà egli è condizionato, dipendente, limitato» [3]

Il progresso, dunque, è “Streben“: eterno conflitto tra uomo e la Natura nell’interminabile ricerca di una verità assoluta che è, per definizione, irraggiungibile.

«La perfezione è l’obiettivo più alto e irraggiungibile dellessere umano, e la sua destinazione coincide con un perfezionamento infinito.» [4]

L’ideale è, nella sua più intima definizione, evasione da una realtà infelice e consiste nel tentativo di proiettare continuamente valori, ambizioni e desideri nella speranza di una più o meno futura concretizzazione.

Le inevitabili conseguenze di tale fenomeno nella nostra contemporaneità, in un contesto che vede l’emergere di tecnologie sempre più sofisticate, vengono approfondite da un filosofo del secolo passato, nther Anders, nel suo saggio “L’uomo è antiquato“, pubblicato in due volumi. Nel primo di questi, scritto sotto forma di diario, viene definito il concetto di «vergogna prometeica» come il sentimento di «vergogna che si prova di fronte all’umiliante altezza di qualità degli oggetti fatti da noi stessi» [5].

Il mito di Prometeo, propedeutico alla lettura in chiave letteraria di tale fenomeno, spiega chiaramente la sua causa: il furto del fuoco della conoscenza da parte di Prometeo accortosi dell’inferiorità dell’uomo nei confronti degli altri animali evidenzia un senso di colpa eterno che porta l’individuo a pretendere continuamente la sua emancipazione attraverso la τέχνη, ovvero la possibilità di manipolare la realtà circostante, considerando, di fatto, in ogni discorso politico e sociale una netta separazione tra cultura e natura, tra tecnologia e manifestazione ambientale.

Il progresso tecno-scientifico, che interessa principalmente le tre rivoluzioni industriali, ha generato un punto di non-ritorno: l’uomo diventa capace di creare qualcosa di più grande di lui, superando qualsiasi precedente ambizione di auto-miglioramento e così, di fatto, costruendosiun nemico: l’applicazione esemplare che Anders vede di tale concetto è quello della macchina a cui l’uomo contrappone la propria debolezza e inferiorità, caratteristiche di cui, appunto, si «vergogna».

Nell’ambito di questo rapporto malato l’individuo prova, per la prima volta nella storia, un desiderio di reificazione, nella sua più estrema definizione che nemmeno Marx ha voluto considerare: l’uomo ambisce ad una perfezione assoluta ripudiando la sua natura di “natum esse“, di essere nato e divenuto, in qualità di umano, invidiando quella del “factum esse” che caratterizza la macchina fabbricata e che ricorda la genealogia divina. Non a caso nell’epoca moderna il concetto di “selfmade man” è stravolto dialetticamente: riprendendo «l’Io che pone se stesso» di Fichte, l’uomo non vuole essere diventato, essere nato, ma desidera doversi a se stesso.

L’Uomo del Novecento non si aliena più di fronte a Dio, come sosteneva Feuerbach nella critica contro la «teologia mascherata» di Hegel, ma si aliena di fronte al prodotto delle proprie creazioni: perfette e replicabili.

[1] Immanuel Kant, “Critica del Giudizio”, UTET, pp. 188-189[2] Johann Gottlieb Fichte, “La missione del dotto”, Bompiani a cura di Diego Fusaro, p. 267[3] Ludwig Feuerbach, “L’essenza della religione”, par. 30[4] Johann Gottlieb Fichte, “La missione del dotto”, Bompiani a cura di Diego Fusaro, p. 205[5] Günther Anders, “L’uomo è antiquato”, Bollati Boringhieri, p. 29.

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