Come nasce l’universo?

“La questione dell’essere è la più Oscura in tutta la filosofia”. Così concluse William James nel pensare ad uno degli enigmi più elementari: come può qualcosa uscire fuori dal niente? La domanda infuria perché richiede una spiegazione ed allo stesso tempo nega la concreta possibilità di una spiegazione. Tra l’essere ed il niente non c’è nessun ponte logico. Nella scienza, le spiegazioni sono fatte di cause ed effetto. Ma se niente è davvero niente, esso manca del potere della causa. Il fallimento nel trovare una teoria ci colpisce proprio dove fa male. Noi siamo una specie narrativa. Le nostre comprensioni più basilari derivano da delle storie, e come qualcosa può venire fuori dal niente è la storia definitiva, la narrativa primordiale. Rimane comunque una storia che mina proprio la nozione di storia. È una narrativa di autodistruzione e paradosso. Come non potrebbe esserla? Essa guarda al Niente -una parola la quale stessa esistenza è un paradosso. Nel minuto, nell’istante in cui la immaginiamo o ne pronunciamo il nome, la spogliamo del suo vuoto. Quindi abbiamo da meravigliarci se il problema è il niente, oppure siamo noi stessi il problema? È la cosmologia o la linguistica? L’esistenza o la psicologia? È un paradosso fisico o filosofico? In ogni caso, la soluzione di un paradosso sta nella domanda, mai nella risposta. Da qualche parte deve esserci una falla, un errore. In una domanda del genere non ci si può nascondere, ma si ritorna sempre alle vecchie idee, che recitano la traiettoria della scienze, glissando sempre dalla questione. Se non puoi ottenere qualcosa dal niente, prova a rendere qualcosa meno di niente. Gli antichi greci dicevano che lo spazio vuoto è in realtà pieno di un etere. Aristotele concepì questo etere come un altro elemento fondamentale, il quinto elemento fondamentale, più perfetto e “paradisiaco” nelle sue varianti, rispetto ad acqua, terra, fuoco ed aria. Il vero nulla è quello che sfugge alla fisica aristotelica. L’etere, secondo Aristotele, potrebbe servire come una sorta di bussola cosmica, un punto di riferimento per il quale ogni movimento può essere misurato. Il legame tra niente e qualcosa è viene condiviso con quella tra vita e morta, spirito e materia, Dio e terra. Probabilmente la causalità è un’approssimazione, ed è qui che cedono le nostre menti. La risposta alla domanda “perché essere” è semplice, non c’è nessun “perché”; l’esistenza è una semplice fluttuazione quantica? Un momento di ordine formato da una dimensione costante di caos? Com’è che qualcosa viene fuori dal niente? Non c’è una ragione. Sfortunatamente, l’inganno ci porta fin qui. Mentre i cosmologi cercano di capire come la meccanica quantistica possa generare un universo, questa è la storia più verosimile. Ma allora da dove vengono le leggi della fisica? Ricordiamoci che vogliamo capire come qualcosa può venire fuori dal niente, non come qualcosa può venire fuori dalla preesistenza della fisica. Rimuovere la causalità dall’equazione non è abbastanza. Il paradosso rimane.

Il tempo è il principale personaggio di questa storia. Può essere la chiave per risolvere questo paradosso? Se, come disse Einstein, il tempo non è nient’altro che una persistente illusione, non semplicemente una causalità che trabocca dalle leggi della Natura, non ci dovremmo chiedere da dove vengono fuori queste leggi? Chiaramente esse non sono venute fuori da nessuna parte, perché il niente si evolve. La narrativa si dissolve. Non c’è una storia. Manca il ponte logico. Non c’è nessuna evoluzione del tempo. Nulla può succedere. Il problema, è che l’universo einsteniano è uno spaziotempo a quattro dimensioni, una combinazione di spazio e tempo. Ma la meccanica quantistica, d’altro canto, ha bisogno delle funzioni d’onda di un sistema fisico per evolversi nel tempo. Quindi come può lo spaziotempo evolversi in tempo quando esso stesso è tempo? Per noi è più facile immaginare un universo che non ci sarà mai, piuttosto che un universo che c’è sempre stato. Come può qualcosa essere venuto fuori dal niente? Non è successo. Questa soluzione rende perplessi. Ma il punto è proprio questo: nella meccanica quantistica nulla succede finché un osservatore (umano o qualsiasi altra configurazione di particelle) fa una misurazione. Ma quando si prende l’universo per intero non ci può essere nessun altro osservatore. Non ci può essere un osservatore fuori dall’universo. L’universo come intero è bloccato in un eterno istante. All’interno un osservatore non può misurare l’intero universo, e quindi deve necessariamente dividere la realtà in due, l’osservatore e l’oggetto, per il semplice fatto che l’osservatore non può misurare egli stesso. Nessun osservatore può ottenere o conservare sufficienti informazioni per distinguere tutti gli stati di un sistema nel quale esso stesso è contenuto. Come osservatori possiamo quindi solo vedere un pezzo del puzzle più grande di cui facciamo parte. Questa è la nostra salvezza, perché quando dividiamo l’universo in due, lo zero di un’equazione prende un altro valore, e le cose cambiano. Nasce la fisica, il tempo scorre.

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